Grossi, Fornoni e la Madonnina di Don Camillo

La vicenda, letteraria e cinematografica, è ben nota a tutti. Nel “piccolo mondo” di Guareschi il Comune ha deciso di edificare una casa popolare su di un terreno in un angolo del quale sorge una vecchia Santella, il cui impossibile spostamento la destina alla demolizione. Tutto sembra preludere allo scontro tra “diavolo ed acqua santa”, il senatore Peppone e il monsignore Don Camillo, ma, alla fine, saggezza, buon senso e rispetto del sentimento e della fede (questa sì) popolare conducono ad una soluzione che “salva la capra del senatore ed i cavoli di monsignore”: la Madonnina rimane al posto che occupava da tempo immemorabile ed i poveri del paese trovano alloggio nella casa voluta dal Comune.
Cinquant’anni dopo la storia sembra ripetersi, questa volta non tra le nebbie che avvolgono il Grande Fiume, bensì ai piedi delle Prealpi, e senza per ora la fortuna di essere celebrata (non dico in un libro, ma almeno) in un articoletto di giornale.
Mi riferisco al mostro che l'amministrazione ha generosamente donato ai quartieri Carnovali e San Tomaso, ormai in avanzato stato di costruzione tra le vie San Bernardino, Spino, Carnovali, Lotto e Magrini.
Gli ingredienti ci sono tutti. Il nuovo centro commerciale (non più casa per i poveri… dissoltisi grazie alla tasse di Visco e T.P.S.), l’amministrazione rossa (non di vergogna, che certo non conosce) ed infine lei, la Madonnina che da decenni veglia su questa zona di Bergamo e sui suoi abitanti.
Non un’opera d’arte, forse neppure un bene culturale né un monumento di preminente interesse architettonico: semplicemente un’affettuosa ed amorevole immagine della Vergine come ce ne sono tante sparse lungo la nostra Penisola, uguali nella loro dimensione spirituale eppure diversissime, ognuna con il suo preciso significato devozionale, ispiratrici di preghiere silenziose, lacrime di dolore, speranza e gioia per una grazia ricevuta, testimoni di migliaia di singole storie appena sussurrate da madri e padri inginocchiati in preghiera, ognuna protagonista di riti popolari scanditi anche da gesti semplici ma non per questo meno intensi o carichi di spiritualità, a loro volta fonti di fede profonda.
Ma ahimé i nostri assessori Grossi e Fornoni non sono il burbero ma ragionevole Peppone e quella Madonnina lì, accanto all’ingresso del “loro” centro commerciale, proprio non la vogliono vedere. E chissà perché… Forse non è conforme alla cifra stilistica del progetto, forse non ha ottenuto il benestare nella valutazione di impatto ambientale (non tutti tengono “Grossi” santi in Paradiso…), forse ancora si tratta di un’opera abusiva, costruita senza alcuna licenza edilizia… forse, più semplicemente, si ritiene possa disturbare i clienti e gli affari (non c’è più la sinistra di un tempo, tutta impegnata a demonizzare i profitti… altrui!) del nuovo santuario del consumo: e si sa che tra Santelle e santuari la concorrenza è sempre stata accanita!
Ma ecco che la nostra storia riceve una svolta inaspettata, che la differenzia dal suo più celebre precedente letterario. La Madonnina verrà accuratamente spostata a spese del Comune (sic!) nella più raccolta e meno rumorosa via Spino, accanto all’ingresso degli automezzi che quotidianamente riforniranno il centro commerciale.
E così alle processioni dei fedeli, perlopiù vecchiette curve sui loro bastoni che in quella Madonnina hanno trovato la loro ultima confidente, ed all’incenso si sostituiranno le colonne di TIR con i loro maleodoranti scarichi; e forse non potremo mai più godere neppure di quel minuscolo giardino di fiori freschi e profumati che ogni giorno ritempravano lo spirito e davano un colore di vita a quello scorcio timidamente scostato del nostro quartiere, sempre più soffocato dal traffico commerciale e del finitimo centro direzionale. Non sia mai che ai residenti ritorni alla mente il “pratone” di via Carnovali, oggetto di così numerose promesse da divenire un’araba fenice: che esista lo prometton gli assessori, ove sia nessun lo sa…
Giunte alla loro conclusione, le storie di Guareschi, quelle che il Grande Fiume raccoglieva dalle sue sponde e portava sino al mare, proponevano all’attento lettore una morale, valida allora in un’Italia appena uscita da una dilaniante guerra civile e percorsa da odi che quasi quotidianamente mettevano alla prova le capacità della sua giovane classe dirigente ed oggi in un’Italia che finge di aver eliminato quelle sanguinarie ideologie nascondendole goffamente sotto un tappeto sempre troppo corto. Riconosco che forse questa vicenda è una delle tante assurdità di cui si rende tragicomica protagonista la nostra sinistra figlia di ciechi pregiudizi verso tutto ciò che fuoriesce dal suo triste e tetro materialismo, e certamente neppure la più eclatante in un contesto che si allarghi oltre i nostri quartieri cittadini.
Rimane però un senso di amarezza osservando l’indifferenza, se non la denigrazione, verso una tradizione, una storia, un sentimento, un elemento strutturale (e non certo sovrastruttura) della nostra società, calpestato e sacrificato sul più pagano degli altari da una sinistra che tanto si erge a paladina delle minoranze da non accorgersi che sta facendo il possibile per rendere minoranza e confinare in una riserva l’unico elemento che tutti possiamo dire orgogliosamente di condividere: sentirci appartenenti ad una grande Nazione, “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
Ecco, un senso di amarezza, giammai di impotenza: perché noi ci siamo, perché noi siamo e saremo qui, perché la pensiamo diversamente, perché vogliamo agire diversamente, perchè siamo consapevoli di poterlo fare e di avere accanto a noi tante persone che, come noi ed assieme a noi, orgogliose della loro storia e delle loro tradizioni, vogliono proporre, riflettere, testimoniare e realizzare questi loro sentimenti anche nella vita pubblica.

Lorenzo Vitali
Circolo della Libertà “Giovanni Carnovali” di Bergamo
 

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